I Vostri Racconti

[Un Giro d’Italia alla conquista dei propri diritti. Il racconto di un rider ai tempi del COVID-19].

1 Maggio 2020

01° maggio 2020.

 

Che nevichi o piova che Dio la manda, sono sempre lì, sulla strada, puntualissimi. Pedalano con tutta la forza che hanno in corpo per spaccare il secondo, per rispettare il cronogramma fissato per la consegna. A costo di passare col semaforo rosso o di rompersi la testa se prendono una buca, se l’asfalto è ghiacciato, se la pioggia offusca il mondo.

Tra i venti e i quarant’anni, avanzano imperturbabili, zaino termico colorato e gigante in spalla.

Davide, che da tre anni collabora con alcune piattaforme di food delivery, mi racconta come è essere rider ai tempi del Coronavirus.

 Prima di iniziare, però, Davide ci tiene a fare una precisazione:

<<Scusa, non voglio dire ovvietà, ma temo che non tutti sappiano esattamente di chi stiamo per parlare (per primi ancora i miei genitori!). Riders, ciclofattorini o semplicemente fattorini.
Sono tante le definizioni che sono usate per definirci… In sostanza, siamo quelle persone che, per lavoro, “sfrecciano” per le strade della città in sella alle loro biciclette e consegnano a domicilio diversi generi di prodotti e, in particolare, cibo pronto (come, ad esempio, sushi o pizza). Siamo il modello della nuova società basata sul digitale, la cosiddetta gig economy.
Lavorare come rider non è semplice. Quando ho iniziato, erano ancora molte le proteste dei “corrieri del cibo” per la loro totale mancanza di diritti e per le condizioni di sfruttamento in cui erano costretti a lavorare. Oggi va sicuramente meglio, abbiamo lottato, ci siamo fatti sentire e, ad esempio, siamo riusciti ad entrare nel contratto nazionale di lavoro sulla logistica, trasporto di merci e spedizioni; però, come l’attuale pandemia ha tristemente “smascherato”, c’è ancora molto da fare
>>.

 

Mentre pizzerie e ristoranti sono chiusi a causa dell’emergenza sanitaria di COVID-19, per i riders il lavoro continua. Anzi, in questo periodo di isolamento, il loro lavoro è aumentato.

È la diretta conseguenza del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’11 marzo u.s.

Le misure governative, infatti, hanno imposto la chiusura di ristoranti e bar come misura di contenimento del contagio da COVID-19, ma hanno permesso ai locali di continuare a lavorare con le consegne a domicilio purché “nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto”, a tutela della salute non solo degli operatori, ma anche dell’utenza del servizio e con essa dell’intera collettività.

Questa decisione però ha fatto scatenare la protesta della categoria dei riders. Questi lavoratori, ancora una volta, si vedono costretti a lamentare la totale mancanza di tutela nei loro confronti, sia dal punto di vista della salute, sia dal punto di vista lavorativo.

 

Com’è cambiata la vita di Davide e di tutti i suoi compagni di strada dopo il Coronavirus?

<<Da quando è iniziato il Coronavirus (è corretto parlare di “inizio” di un virus?!) la nostra attività è cambiata molto. Adesso si lavora molto di più, la gente ordina spesso cibo e bevande. Siamo passati a ritmi di lavoro importanti. Ovviamente non manca chi, per passare il tempo, per la prima volta nella sua vita prende in mano un mestolo e fa da sé>>.
Davide sta sorridendo: <<Ci sono tantissimi nipoti che utilizzano le app e ordinano per i loro nonni. Guardo i visi contenti dei vecchietti e capisco l’importanza del mio lavoro, ora più che mai>>.

Ho una domanda. È sulla punta della mia lingua da almeno venti minuti. Temo di essere indelicata, di creare imbarazzo… Forse dovrei far finta di niente e via.
Davide però sembra leggermi nel pensiero: <<No, non abbiamo avuto subito a disposizione guanti, gel igienizzanti, prodotti di pulizia dello zaino contro il rischio COVID-19. Inizialmente, io mi sono auto-munito di una mascherina che avevo a casa. So che qualche piattaforma di food delivery ha predisposto un modulo online attraverso cui i fattorini possono richiedere i dispositivi individuali di protezione; ma le richieste sono molte, c’è difficoltà a reperire il necessario sul mercato e le spedizioni continuano a ritardare. Ho sentito anche di un rimborso da parte delle aziende del valore massimo di 25 euro sull’acquisto di mascherine e gel disinfettante …>>.

 

Per almeno un mese i riders – protraendo lo svolgimento della loro attività lavorativa in assenza di dispositivi individuali di protezione – hanno esposto a pregiudizi, anche irreparabili, il loro diritto alla salute.

 

<<Ora la mia società sta distribuendo tutto l’occorrente>>, mi tranquillizza Davide. <<E’ tutto merito di Yiftalem Parigi e di altri miei compagni che, dopo reiterate richieste di essere riforniti dei dispositivi di protezione ma invano, hanno fatto ricorso e i giudici hanno accolto le loro istanze.
Ti voglio leggere, sulla scia di una già precedente pronuncia fiorentina, quanto disposto qualche settimana fa dal Tribunale di Bologna: “
Consegnare immediatamente ai riders i dispositivi di protezione individuale”, vale a dire “mascherina protettiva, guanti monouso, gel disinfettanti e prodotti a base alcolica per la pulizia dello zaino, in quantità adeguata e sufficiente allo svolgimento dell’attività lavorativa”.
Come vedi, ancora una volta, uniti ce l’abbiamo fatta!
>>.

 

Lavoratori autonomi o lavoratori subordinati? A questo punto non è più così importante cercare di capirlo: a prescindere dal nomen iuris utilizzato dalle parti del contratto di lavoro, oggi è indubbio la necessità di estendere ai nostri “corrieri del cibo” l’intera disciplina di tutela delle condizioni di igiene e sicurezza dei luoghi di lavoro.  

Pronunce importanti e pionieristiche che riconoscono i diritti di questi lavoratori e obbligano alla tutela della loro sicurezza sul lavoro, anche e soprattutto in tempo di emergenza Coronavirus.

Chi sono i riders? Sono lavoratori che dovrebbero essere pagati più degli altri, che invece hanno il privilegio di lavorare più comodamente e con più garanzie. Sono il braccio operativo di questa nuova società moderna che ha capito che far arrivare a casa i prodotti di cui le persone hanno bisogno è un grande business. Sono il paradigma del nuovo schiavismo e delle storture prodotte da una globalizzazione selvaggia che fa pagare il conto agli anelli più deboli della catena.

Una preghiera a tutti noi che, soprattutto in questo periodo, ordiniamo online: cerchiamo di riservare a questi “ragazzi” che non si sono fermati un attimo e, anzi, hanno continuato anche durante questa situazione emergenziale di caos a lottare per i loro diritti (e per i nostri perché la salute è un bene di tutti), delle piccole premure, delle semplici gentilezze e a rimanere sempre attivi nel comunicare alle aziende le nostre preoccupazioni sulle loro condizioni.

 

Sara Dealessandri, 01° maggio 2020. 

 

Condividi:

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

1 Maggio 2020

TI POTREBBE ANCHE INTERESSARE…

L'Arte del dubbio

Per ricevere informazioni o chiarimenti sugli articoli del blog, per condividere con me la tua esperienza “giudiziaria” oppure per segnalarmi argomenti di interesse contattami via email
oppure scrivimi dal form qui sotto

Consenso trattamento dati

rimani sempre aggiornato
Privacy Policy
Cookie Policy
Share This